Quando il trauma diventa azione: potere, violenza e vendetta nel romanzo di Garinella
Il mio amico Raffaele Garinella ci riporta dentro il mondo di Bardulos e Bastérd con il suo ultimo romanzo Kém. Io sono Marco Benni. Opera che intende chiudere la trilogia. Nel suo andamento teso, nel suo ritmo nervoso e nel suo impianto fortemente simbolico, il libro mette in scena qualcosa che va oltre il noir criminale: mostra come il trauma, quando non trova parola, si trasformi in gesto; e come la vendetta sia la lingua maggiormente atavica, netta e tragica con cui l’essere umano tenta di sopravvivere al dolore.
Questa è la ragione per cui il romanzo non va letto soltanto come il terzo capitolo di una saga, ma come il punto in cui la materia narrativa si compatta attorno a un nucleo essenziale: il rapporto tra trauma e vendetta, tra potere e violenza, tra padre e figlio, tra ciò che viene ricevuto e ciò che, inevitabilmente, si restituisce.
Marco Benni non è un personaggio che cerca una rivincita in senso superficiale; è un uomo che ha abitato il luogo dove si agisce l’indicibile, che ne ha assorbito un codice criminale, e che adesso si ritrova a parlare con la stessa lingua del sistema che lo ha ferito. La sua vendetta nasce da lì, da un lessico interno al trauma, da una grammatica di sopravvivenza in cui colpire l’altro diventa l’unico modo per non essere annientati.
Il trauma come rottura
La prima immagine forte del romanzo è un’immagine di ditruzione e rottura: la casa di Marco va a fuoco. Non si tratta solo di un attentato, ma di un gesto che cancella l’illusione di una pace conquistata, di una vita ritirata, finalmente privata, forse persino ingenuamente creduta possibile. Marco aveva lasciato il Brando, l’organizzazione che agiva ciò che lo stato non può fare, aveva firmato le dimissioni, aveva provato a costruirsi un margine di silenzio. Eppure il passato torna con il volto del fuoco, cioè con la forma più primitiva della distruzione.
In questa scena iniziale c’è già tutta la logica del trauma: qualcosa che irrompe, che spezza la continuità dell’esistenza e obbliga il soggetto a riorganizzarsi in fretta, spesso in modo brutale. Marco non ha il tempo di elaborare. Deve reagire. Deve fuggire. Deve salvare il corpo e, con esso, il resto della sua identità. Da qui in avanti, il romanzo si muove lungo una traiettoria precisa: il trauma non viene sublimato, viene trasformato in azione, e questa segue un solco già tracciato, la vendetta, occhio per occhio dente per dente.
Questo è uno dei punti più interessanti del libro, perché Garinella non psicologizza mai in modo didascalico. Egli colloca dentro rapporti di forza, linee di sangue e fedeltà infrante, all’interno debiti che nessuno può davvero estinguere. Il trauma non è mai solo interiore è una ferita personale che risuona in una struttura più grande come quella della politica o della malavita.
Il Brando e la ferita del potere
Il nome del Brando merita un’attenzione particolare, perché racchiude il cuore simbolico dell’intera saga. Il termine richiama la lama, la spada, il colpo, ma rimanda anche al fuoco, al marchio, alla brace che lascia traccia. È una parola che contiene insieme l’idea di aggressione e quella di incisione permanente. Il Brando, dunque, non è soltanto un’organizzazione criminale: è una forma di potere che non si limita a comandare, ma marca, imprime una traccia, fa del corpo e della memoria il proprio territorio di occupazione.
In questo senso, il romanzo lavora benissimo sulla dimensione simbolica della violenza. La violenza non è rumore di fondo, ma un linguaggio che necessita di una sintassi e di una semantica per costruire il proprio ordine. I colpi di pistola, le torture, le umiliazioni, le menzogne, i ricatti: tutto concorre a formare una lingua del dominio. Il potere non si presenta mai in forma astratta; si presenta come capacità di ferire, di decidere chi vive, chi tace, chi sparisce, chi viene usato come pedina.
Proprio per questo, quando Marco decide di reagire, non sta solo attaccando alcuni uomini. Sta aggredendo la forma stessa del potere che lo ha prodotto. Eppure, la questione è più complessa di così, perché Marco è anche un figlio di quel sistema perché ha imparato a leggere il mondo attraverso il suo codice. Sa come si entra, come si esce, come si inganna, come si colpisce. La vendetta, allora, non è l’opposto del trauma: è il suo prolungamento operativo.
Padre e figlio
Uno degli assi più forti di Kém è il rapporto padre figlio e trauma. In tutto il romanzo, i legami maschili sono strutturati come relazioni di trasmissione, adozione, dipendenza, sostituzione. Martucci non è solo un capo, ma è anche una figura paterna ambivalente, capace di educare e distruggere, proteggere e condannare. Antonio Gavriati, l’Albino, è un figlio deformato da quella educazione. Marco Benni è il figlio ribelle che ha provato a uscire. C’è anche un nuovo personaggio che si presenta come padre occulto, l’architetto che non si mostra ma decide. Un personaggio che a sua volta è incapace di essere un verso padre di fare sì che suo figlio segua la sua strada, rendendolo così il punto più vulnerabile e degradato.
Questo aspetto è fondamentale, perché il romanzo mette in scena una genealogia tossica. Il padre non trasmette soltanto nome e posto, ma anche una visione del mondo. In Basterd Martucci educa Anton con libri, filosofia, simboli, e perfino con l’immagine del vecchio lupo: il lupo perde il pelo ma non il vizio. È una frase che suona come saggezza, ma che in realtà è già un destino. Anton apprende che la continuità del carattere vale più del cambiamento, che la natura profonda non si redime, si affina. Da adulto, diventerà precisamente questo: un lupo addestrato al controllo, alla ferocia, al calcolo.
In Kém, questa filiazione si allarga. Marco stesso è stato un “altro figlio”, come viene suggerito nel suo rapporto con Martucci. E l’intera azione finale si costruisce sullo sfruttamento del legame padre figlio: colpire un figlio significa colpire il padre nel punto più vivo, quello in cui il potere si umanizza e si mostra dunque vulnerabile. Qui viene mostrato un insegnamento importante, ovvero che il potere, per quanto sembri assoluto, ha sempre una fessura affettiva da cui può essere penetrato.
Freud e il padre originario
La connessione con Freud, e in particolare con Totem e tabù, è molto feconda. Nel celebre saggio, Freud immagina una scena originaria: la tribù dei figli uccide il padre primordiale, lo divora, e da quel delitto nasce insieme la colpa e la legge. Il padre morto diventa più potente del padre vivo. L’ordine sociale nasce dunque da una violenza fondante, seguita dalla rimozione e dall’istituzione del divieto.
In Kém questa dinamica non viene citata esplicitamente, ma è ovunque. Il Brando è una famiglia rovesciata, una tribù contemporanea, un sistema in cui il padre è allo stesso tempo capo, legge e minaccia. Ciascuno occupa un posto in questa architettura del comando, e ciascuno è investito di una funzione che somiglia a quella del padre originario freudiano. Il problema è che nessuno di loro incarna una vera funzione simbolica, sono padri che non introducono la legge in modo etico; la piegano a interesse, protezione, conservazione del proprio dominio.
Per questo il romanzo è così adatto a essere letto con Freud. Perché mostra una comunità fondata su interdizioni, sacrifici e rimozioni, ma senza possibilità di elaborazione autentica. Restando tutto nel circuito del dominio, non vi può essere alcuna legge che permetta di elaborare qualcosa di emotivo o affettivo. L’unica elaborazione possibile è l’azione, che qui si presenta come vendetta. Se in Freud il parricidio porta alla nascita della civiltà, qui la frattura del padre produce soltanto una nuova catena di violenze. Il romanzo insiste proprio su questo: quando il trauma non viene simbolizzato, torna sotto forma di ripetizione.
La vendetta come risposta al trauma
La vendetta, nel libro, non è un gesto impulsivo ma una risposta strutturata al trauma. Marco Benni reagisce perché il suo passato è stato lesionato in modo irreparabile: la casa bruciata lo riporta nei vecchi schemi di violenza che non ha potuto elaborare in quanto marchiato dall’appartenza. Ogni passaggio della sua azione è legato a una ferita precedente.
Questo perché la brutalità come risposta al trauma può essere l’espressione del puro istinto di sopravvivenza, ma non guarisce. Restituisce agency, certo, restituisce una direzione, e persino una forma di dignità. Ma lascia aperto il problema del prezzo. Si nota come la vendetta può dare struttura al caos, ma
Potere e violenza
Un altro asse decisivo è quello del potere e violenza. Nel romanzo il potere non è mai astratto, burocratico, distante. È sempre incarnato. Ha un volto, una voce, un corpo, una rete, un dispositivo di protezione. Il Brando non è solo criminalità organizzata; è una forma di governo dell’ombra. Il suo obiettivo non è solo guadagnare, ma regolare i rapporti di forza, orientare i flussi, decidere chi conta e chi no.
Per questo la violenza è la tecnologia di cui si serve il potere. È il modo in cui l’organizzazione si assicura obbedienza, silenzio, continuità generando soggezione e memoria. Ma la forza di questa storia sta anche nel mostrare che il potere si crede eterno solo fino a quando qualcuno accetta di non averne più paura. Il protagonista, in questo senso, compie un atto che è insieme criminale e liberatorio. Pur non liberando il mondo dal male, cancellandone la struttura, interrompe la passività attraverso la quale viene subìto il potere.
Un romanzo di ritorni
La cosa più interessante, alla fine, è che Kém parla sempre di ritorni. Ritorno del passato, ritorno del rimosso, ritorno del figlio, ritorno della colpa, ritorno della vendetta. Nulla si chiude davvero. Tutto torna sotto altra forma. È una scrittura che ha ben chiaro quanto il trauma ami il movimento circolare, quanto la ferita tenda a ripresentarsi finché non viene riconosciuta. Uscirne da questa circolarità è difficile, forse quasi impossibile, ma il tentativo di farlo dà senso alla lotta dei personaggi.
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Non chiedo giustizia. Chiedo vendetta

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