Una recensione di “Io sono un artista” di Eleonora Benedetti e una lettura psicologica della chiamata creativa.
Quando si cerca su Google “come si fa a essere un artista”, forse si stanno cercando consigli pratici: tecniche pittoriche, corsi da frequentare, strategie per emergere nel mercato dell’arte. Ma questa domanda nasconde un interrogativo ben più profondo che può sembrare anche banale, ma non lo è affatto come vedremo.
Si diventa artisti o si è artisti? E se la domanda stessa fosse già la risposta? James Hillman nel suo “Il codice dell’anima” ci ricorda che ogni vita porta con sé un’immagine, un daimon che chiede di essere incarnato. Forse non si tratta di risolvere un problema—come faccio a diventare artista?—ma di ascoltare una particolare entità che già abita dentro di noi e chiede di manifestarsi.
La "disabilità" come porta d'accesso al talento
Il libro “Io sono un artista” di Eleonora Benedetti racconta la storia di Luca, un ragazzo a cui viene diagnosticato il disturbo dello spettro autistico. I suoi genitori, si trovano di fronte a quello che il mondo chiama “problema”, “deficit”, “limite”. Eppure, strada facendo scoprono che Luca disegna, lo sostengono e lo aiutano così poi dipinge, fino a diventare un artista affermato. Leggere questo un miracolo o una compensazione è riduttivo; anzi, è il riconoscimento di ciò che Vittorio Lingiardi chiama, in “Diagnosi e destino”, la necessità di leggere il sintomo non solo come patologia ma come linguaggio dell’anima, come cifra di un destino che chiede di essere decifrato.
Temple Grandin, scienziata e donna autistica, scrive: “Io penso in immagini. Le parole sono come una seconda lingua per me”. Per questo occorre recuperare il fatto che non ci sono gerarchie nelle modalità di pensiero. Il pensare per immagini non può essere interpretato come “inferiore” da una cultura che ha sostituito quelle immagini con le parole. Anzi dovrebbe essere grata proprio a queste persone che riescono a vedere il mondo da altre prospettive, che dona ricchezza ad un modo di abitare il mondo altrimenti eccessivamente standardizzato.
Proprio per favorire la diversità, là dove la pulsione conservativa della società vede un disturbo, l’anima vede una strada. Nel caso specifico lo spettro autistico potrebbe essere la porta attraverso cui Luca accede al suo talento artistico, proprio perché il suo mondo interno è già popolato di immagini, forme, colori che chiedono solo di essere tradotti sulla tela.
Liberazione dello Spirito nell'arte
Georg Wilhelm Friedrich Hegel sosteneva che l’arte è il momento in cui lo Spirito, quindi la spinta che porta la vita ad acquisire coscienza di sé, si manifesta sensibilmente per poi ritornare a sé come Assoluto, libero da ogni vincolo materiale, conscio appunto. Per questo che l’arte è liberazione: liberazione dello spirito dalle catene della materia, ma anche liberazione del talento dalle costrizioni che la società o la tradizione familiare portano con sé. Ma anche dal nostro modo di vedere che definiamo “cosciente” tenta di imporre. Nel caso di Luca, il talento artistico emerge grazie al sostegno prima di tutto dei genitori che non si limitano a vedere solo la diagnosi, ma rimangono fedeli al loro ruolo di vedere il figlio, la sua unicità. Ma non è tutto perché essi riescono, nonostante tutto, a sostenerlo per liberare il suo daimon.
Questa visione hegeliana ci ricorda che l’artista non crea dal nulla, ma libera ciò che è già presente, come Michelangelo diceva di togliere il marmo superfluo per liberare la statua che già esisteva dentro il blocco di pietra. E Michelangelo stesso, secondo studi della Royal Society of Medicine, probabilmente oggi rientrerebbe nei criteri dello spettro autistico. Un altro caso per cui la genialità non si mostra nonostante la neurodivergenza, ma forse proprio attraverso di essa, attraverso quel modo particolare di vedere e sentire il mondo che gli permetteva di liberare lo spirito dalla materia con una forza senza eguali.
Il Coro Greco e la coralità del sostegno
Nel teatro greco antico, il coro aveva una funzione essenziale che non si limitava ad un semplice commento, ma era la voce pubblica che dava senso alla tragedia individuale, che la collocava in una dimensione comunitaria e archetipica. Il coro trasformava il dolore del singolo in catarsi condivisa, in elaborazione collettiva. Questa stessa dinamica corale è presente nella storia di Luca: i genitori, l’Anffas per loro, il tessuto associativo del no profit diventano il coro che sostiene, accompagna, dà voce.
Non è un caso che i genitori di Luca siano attivi nell’Anffas; infatti, come il coro greco, l’associazionismo permette di attraversare il dolore con dignità e trasformarlo in impegno, in valore, in piccoli passi di determinazione.
È chiaro a tutti che il talento non emerge mai in solitudine, ma ha bisogno di testimoni, di una comunità che riconosca e sostenga la chiamata. Hillman ci ricorda che il daimon ha bisogno di chi lo veda e lo nomini—altrimenti rischia di rimanere intrappolato nell’ombra, non riconosciuto e stagnare nella sofferenza dell’individuo e in chi gli sta vicino.
L'Archetipo dell'Artista: tra creazione e "follia"
Jung sosteneva che gli archetipi sono le strutture primordiali della psiche, immagini ancestrali che orientano l’esperienza umana. L’archetipo dell’Artista è una di queste figure: colui che vede ciò che altri non vedono, che abita la soglia tra conscio e inconscio, tra ordine e caos. Per questo motivo, storicamente, l’artista è stato spesso accostato alla follia, alla sofferenza psichica, e più modernamente alla neurodivergenza. Antonio Ligabue, pittore naïf di straordinaria potenza espressiva, era affetto da disturbi psichiatrici e non è da escludere la presenza dello spettro autistico. Ma anche icone come Andy Warhol, pietra miliare della Pop Art, aveva caratteristiche pienamente neurodivergenti.
Janine Chasseguet-Smirgel, nei suoi studi “Per una psicoanalisi dell’arte e della creatività” e “Creatività e perversione”, esplora come la creatività possa nascere proprio dalla necessità di riparare una frattura, di dare forma a un caos interno, di trasformare la sofferenza in bellezza. Affermando questo non si intende idealizzare il dolore, ma riconoscere che spesso l’artista è colui che trasforma la propria vulnerabilità in linguaggio universale. Michelangelo, affetto da artrosi grave alle mani, continuò a scolpire e dipingere fino all’ultimo giorno della sua vita. Questa malattia non lo fermò, anzi, si potrebbe immaginare che forse proprio il dolore lo spinse a cercare una liberazione nella materia, a incarnare lo spirito nell’opera
Neurodivergenza e visione artistica
Il concetto di talento artistico va ripensato alla luce della neurodiversità. Grazie al volume di Eleonora Benedetti abbiamo compreso che Luca, come Temple Grandin, pensa per immagini. Possiamo raffigurarci come il suo mondo interno sia già un’opera d’arte in divenire. Si nota come la creatività non è una dote riservata ai “normali” che poi, per magia, diventa accessibile anche ai cosiddetti “diversi”. È spesso il contrario: la neurodivergenza offre accesso a modalità percettive, emotive, cognitive che la maggioranza non possiede.
Ci sono realtà come Ultrablu o l’Associazione Italiana Studi Psicopatologie dell’Espressione e Arteterapia che sono dedicate a persone con sofferenza psichica, neurodivergenti o con disabilità che intendono esprimersi attraverso l’arte. Questi non sono spazi di “terapia occupazionale” ma luoghi dove il talento viene riconosciuto, nutrito, liberato. L’arte diventa il linguaggio attraverso cui l’anima parla, dove il destino si manifesta nonostante la disabilità e la sofferenza, ma proprio attraverso di questa.
Dalla diagnosi alla vocazione: il cammino di Luca
La famiglia di Luca, e chi come loro sostiene ed è aperto a ciò che è diverso, esprime un vero e proprio cambio di paradigma: dalla diagnosi alla vocazione, dal limite al destino. Hillman parla in “Il codice dell’anima” come di quel seme che ogni vita porta con sé e che chiede di essere coltivato; in questo caso è come non fossimo noi a scegliere il nostro destino, al massimo possiamo solo decidere di riconoscerlo e assecondarlo. I genitori di Luca, sostenendolo, hanno compiuto un atto di riconoscimento: hanno visto l’artista prima ancora che l’artista vedesse se stesso.
Questo è il cuore dell’educazione secondo Jung: non plasmare l’individuo secondo un modello esterno, ma permettere all’immagine interiore di manifestarsi, di incarnarsi. Luca è diventato artista perché qualcuno ha creduto in quella chiamata, l’ha sostenuta con piccoli passi e determinazione. Questo ci ricorda come la vocazione artistica (come qualsiasi altra) non sia un dono che cade dal cielo, ma un seme che ha bisogno di terra, acqua, sole—ha bisogno di un coro che lo accompagni.
Come si fa ad essere un artista? Si riconosce
Torniamo alla domanda iniziale: come si fa a essere un artista? La risposta può essere paradossale ma allo stesso tempo intuitiva. L’artista non è chi possiede una tecnica o un diploma, ma chi ascolta la chiamata del proprio daimon e ha il coraggio di seguirla. La storia di Luca ci insegna che questo coraggio non è solo eroico, ma è più che altro la determinazione quotidiana di mettere un pennello su una tela, di tradurre le immagini interiori in forme visibili o di prendere quelle forme già visibili e renderle più belle.
Hillman scrive che la psicoterapia, nel suo senso più profondo, è “fare anima” (soul-making): non risolvere problemi, ma dare profondità all’esperienza, trasformare la vita in mito, il sintomo in simbolo. Essere artista è lo stesso processo: è dare forma all’invisibile, è dare una forma alle esperienze che sentiamo e così permettere a quelle esperienze, a quei sentimenti e a quelle immagini di essere conscie di loro stesse.
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Nella tela tutto riflette la sua intimità, rispecchia il suo essere […]. Sa che quello è l’unico veicolo capace di trasportare l’altro nel suo mondo. Senza tante spiegazioni. Senza giri di parole (p. 56)
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