Bullismo a scuola: perché occorre saper ascoltare per prevenire e promuovere il benessere
Se sei arrivato qui forse ti sei trovato a confrontarti con il bullismo a scuola, probabilmente perché tuo figlio torna a casa con gli occhi diversi da come li ricordavi. O perché da bambino tu stesso hai conosciuto quel peso specifico dell’invisibilità — non essere visto da chi avrebbe dovuto vederti, che spesso comporta anche la paura di essere visto. O forse sei un insegnante, un operatore scolastico che vuole capire davvero cosa succede sotto la superficie di quel fenomeno che tutti condannano e quasi nessuno comprende fino in fondo.
Il bullismo fa star male. Lo sappiamo. Ma perché fa così male? Perché non basta “parlarne” a scuola, fare assemblee, distribuire depliant sull’empatia?
Eloy Moreno, nel romanzo Invisible — diventato oggi una serie Disney+ — racconta la storia di Capi, un ragazzo di dodici anni che inizia a credere di avere un superpotere: diventare invisibile. In realtà sta descrivendo, con una precisione mai vista, un processo psichico reale. Capi non scompare davvero, ritiene di concretizzare l’invisibilità della propria essenza, del proprio modo di essere, rispetto a coloro che sono intorno a lui.
Questo è un problema assieme psicologico, sociale, etico e morale che non è possibile risolvere con una circolare scolastica. È una fenomenologia da ascoltare e comprendere, così come avviene nei sintomi. Perché la vittima dei fenomeno bullismo è solo il sintomo di un sistema che non sa ascoltare se stesso, non sa educare o veicolare i valori come rispetto, empatia, sostegno, uguaglianza.
Chi è il Bullo, chi è la Vittima. Partiamo dall’etimologia del bullo
Prima ancora di parlare del bullismo a scuola, dobbiamo fermarci su una domanda più radicale: chi sono queste persone?
È curioso notare come la parola ‘bullismo’ nasca da radici tutt’altro che violente. Derivando dall’olandese boel (‘fratello’) e passando per l’inglese bully (che un tempo significava ‘tesoro’), il termine ha subito una trasformazione radicale, ribaltando completamente il suo significato originale. Se prima indicava una persona stimata, oggi descrive chi, con cruda spietatezza, sceglie di perseguitare i più deboli. Dietro l’apparenza di forza e la prepotenza gratuita di chi pratica il bullismo, si nasconde in realtà una profonda vigliaccheria: la necessità di colpire chi non può difendersi per celare la propria fragilità interiore.
MM, il bullo del romanzo di Moreno, non è semplicemente “cattivo”. È un ragazzo con nove dita e mezzo, con un padre assente, cresciuto in una casa dove i soldi sostituivano gli abbracci. Il suo atto di potere — umiliare, isolare, dominare — nasce da un vuoto affettivo strutturale, da un insegnamento implicito che la forza vale più della parola, che la potenza equivale al possedere.. Dal punto di vista etologico, il comportamento del bullo ricorda i meccanismi di dominanza nei primati: si attacca non il più forte del gruppo, ma il più isolato, quello che non può contare su alleanze. La vittima viene scelta non per caso, ma per la sua percepita solitudine sistemica.
La vittima, Capi, è invece un ragazzo capace, curioso, appassionato di fumetti e matematica. La sua colpa? Aver detto “no” nel momento sbagliato, davanti alle persone sbagliate. Dal punto di vista dell’attaccamento, le ricerche mostrano che sia bulli che vittime presentano spesso modelli di attaccamento insicuri — ambivalenti o evitanti — che rendono il gruppo dei pari un campo minato invece che uno spazio di crescita.
Ecco dove ritorna l’origine etimologica del termine e il legame di fratellanza che rimanda tra bullo e vittima. Essi sono intimamente legati tra di loro, sono come fratelli, hanno bisogno l’uno dell’altro per sostenersi nel mondo e capire chi sono, e questo avviene attraverso una costellazione psichica inconscia. La vittima porta la vulnerabilità che il bullo non può permettersi di sentire; il bullo porta l’aggressività che la vittima non ha ancora imparato a rivendicare. Finché questa dinamica rimane nell’inconscio, continua a ripetersi — dentro di loro, e in ogni corridoio. Come sappiamo dalla psicologia del profondo: ciò che non diventa cosciente ritorna come destino
Pertanto bullo e vittima sono, in senso profondo, fratelli di Ombra, due polarità della stessa ferita che la coscienza non ha ancora saputo guardare..
Cosa Sono Bullismo e Cyberbullismo: la destrutturazione del legame
Il bullismo non è un litigio, né “sono cose da ragazzi” — come risponde cinicamente la preside nel romanzo di Moreno. È un fenomeno con caratteristiche precise: intenzionalità, ripetizione nel tempo, asimmetria di potere. Quando questi tre elementi si combinano, il danno psicologico diventa sistematico.
Con il cyberbullismo, la destrutturazione del legame si radicalizza: il persecutore può colpire 24 ore su 24, dentro casa, nel dormiveglia, in quelli che dovrebbero essere gli spazi sicuri. MM, nel romanzo, inizia a mandare messaggi minacciosi nel weekend, quando Capi è al sicuro — o crede di esserlo. La vittima risponde con una strategia dissociativa: spegne il telefono per non vedere le minacce, ma perdendo anche i messaggi di Kiri, perdendo cioè la possibilità di connessione e amore. Il dolore dell’invisibilità non è solo fisico: è la lenta erosione del senso di esistere per l’altro
Lo schermo come un’arena: il Cyberbullismo e la ferita che non dorme
C’è una differenza importante tra il bullismo fisico e il cyberbullismo, un qualcosa che non riguarda solo il mezzo tecnico. La classe, il corridoio o il cortile scolastico, hanno comunque dei confini. Terminato l’orario si ritorna a casa era, il luogo dove la ferita ha la possibilità riposare, di trovare altre valvole di sfogo.
Con il cyberbullismo, quella frontiera salta. Il persecutore entra nel dormiveglia, nelle domeniche in famiglia, nei momenti in cui si è più nudi e indifesi. Nel romanzo di Moreno, Capi spegne il telefono la domenica per non leggere i messaggi di MM — ma spegnendolo perde anche i cuori di Kiri, perde l’amore, perde il contatto con il vivo della propria vita. Questo è il danno più sottile e più devastante del cyberbullismo, infatti attualmente un giovane non può prescindere dai social network. Spegnerli oltre a isolarsi dalla minaccia, isola da tutto.
Da un punto di vista psicoanalitico, lo schermo digitale non è neutro: è uno spazio liminale, un luogo né interno né esterno, dove le ombre possono agire senza corpo, senza sguardo, senza la frizione del contatto reale che talvolta — solo talvolta — attiva l’empatia. Basta vedere come le persone si accaniscono senza filtri nei commenti. Quindi, il bullo digitale non vede il tremore delle mani della vittima mentre legge il messaggio, non percepisce il momento in cui l’altro crolla. Questa disincarnazione dell’aggressione rimuove l’ultimo freno naturale alla crudeltà: la risonanza emotiva. Hillman direbbe che nel cyberspazio manca l’anima del luogo — quella presenza che rende un atto reale, pesante, responsabile.
Il risultato è un’escalation silenziosa: messaggi, screenshot, gruppi creati per escludere o ridicolizzare, video diffusi senza consenso. Ogni notifica è una nuova irruzione. Il sistema nervoso della vittima rimane in stato di allerta cronica — ipervigilanza, insonnia, difficoltà di concentrazione — perché il pericolo non ha più una forma nello spazio, ma vive nel tempo, sempre potenzialmente presente. In termini neurobiologici, l’amigdala non riesce a “spegnersi” e non c’è più uno spazio e un tempo sicuri in cui il corpo può tornare ad uno stato di riposo. È il trauma nella sua forma più subdola, quella che non lascia lividi visibili ma riscrive l’architettura del sé.
Per questo la risposta al cyberbullismo – pur essendo necessaria – non può essere solo legale, né avveneire attraverso una censura “digitale” (blocca, segnala, conserva gli screenshot). Deve essere una risposta al corpo, alla relazione, alla possibilità di tornare a essere visti da qualcuno che conta davvero. Uno schermo non può riparare ciò che uno schermo ha ferito.
Da dove nasce il Bullismo: Il vuoto di senso e l'Ignavia degli adulti
Una delle domande più ricercate online è dove nasce il bullismo. La risposta psicologica onesta è scomoda: nasce nell’assenza.
Nell’assenza del padre di MM — un genitore distrutto dal senso di colpa per un incidente che ha segnato il figlio, incapace di stare nella relazione. Nell’assenza della preside che liquida la segnalazione della professoressa con un “sono cose da ragazzi” per non macchiare il prestigio dell’istituto. Nell’assenza di Zaro — il migliore amico di Capi — che vede, sa, e non fa niente perché ha paura che tocchi a lui.
James Hillman scriveva che il male non è quasi mai azione pura: è mancanza di immaginazione. Incapacità di immaginare il dolore dell’altro, di sentire sulla propria pelle quella costellazione di lividi blu sulla schiena di Capi. L’ignavia degli adulti — quella che Dante colloca all’ingresso dell’Inferno, tra coloro che non scelsero mai — è il terreno fertile in cui il bullismo cresce. Non il male attivo, ma l’omissione sistematica.
Dal punto di vista di Luigi Zoja — che nel suo Il gesto di Ettore analizza il decadimento della figura paterna nella cultura contemporanea — il bullismo esprime anche un fallimento dell’iniziazione: i ragazzi cercano prove di potere e riconoscimento perché nessun adulto significativo ha offerto loro una via simbolica per diventare grandi.
Come riconoscere il Bullismo: la messa a fuoco dell'Ombra Collettiva
Capi non dice niente a casa, quando i suoi genitori gli chiedono come è andata a scuola lui risponde con il classico “Bene.”. Una risposta che chiude qualsiasi comunicazione da parte sua e tranquillizza comunque i genitori. Risponde così non perché sia stupido — anzi non lo è affatto — ma perché il segreto diventa parte dell’identità ferita. Questo è un aspetto importante, ogni supereroe mantiene segreto il suo superpotere per difendere la sua identità sociale oltre che per proteggere chi gli è vicino. Ma proprio chi è vicino ad un minore deve poter cogliere i segnali che emergono con evidenza:
- Cambiamenti nel comportamento: evita la scuola, inventa mali di pancia, esce tardi ed entra tardi, ecc.
- Regressione relazionale: si isola, smette di rispondere ai messaggi, perde il contatto anche con gli amici di fiducia, ecc.
- Regressione nello sviluppo: riprende in mano giochi abbandonati, manifesta un comportamento più infantile, richiede spesso di dormire con uno o entrambi i genitori, ecc.
- Somatizzazioni: disturbi del sonno, inappetenza, ipervigilanza costante, ecc.
- Fantasia come rifugio: l’immaginare storie fantastiche nella propria mente (Capi immagina di avere il superpotere dell’invisibilità) non è un delirio vero e proprio. Ma ne pone le basi. Infatti ne condivide la necessità di adattamento attraverso la creazione di un sistema simbolico costruito per sopportare l’insopportabile. La differenza con il delirio è che esso si manifesta in modo rigido e con elementi piuttosto tipici e coercitivi, il rifugio nella fantasia comporta una maggiore creatività, ma alla lunga può compromettere il rapporto con la realtà e il senso comune.
Proprio per questo la fantasia come fuga non è una patologia, è la psiche che lavora. È il bambino che disegna, che gioca, che costruisce un universo alternativo per non spegnersi. E’ uno dei modi del fare anima, di trasformare il dolore in immagine. Il problema sorge quando la fantasia diventa l’unico spazio vivibile, quando l’invisibilità smette di essere un gioco e diventa identità.
Il Cuore Archetipico: la dinamica Vittima/Carnefice come Ombra proiettata
Siamo arrivati al nucleo.
Carl Gustav Jung chiamava Ombra quella parte di noi che non riconosciamo come nostra e che per questo proiettiamo sull’altro. Il bullo — ogni bullo — porta un’Ombra, un’immagine di sé sofferente che non sa nominare: la vulnerabilità, l’impotenza, la paura di non essere abbastanza, spesso per aver subito comportamenti vessatori a propria volta in famiglia o da parte di pari. Pertanto, quello che fa è trasformare questa Ombra interna in un copione esterno, la letteralizza e pertanto trova qualcuno su cui depositarla, qualcuno che diventi il “debole” affinché lui non debba sentirsi tale.
La dinamica vittima/carnefice è uno degli archetipi più antichi dell’umanità. La ritroviamo nel mito di Caino e Abele, nel sacrificio del capro espiatorio studiato da René Girard, nell’eterno ritorno del persecutore e del perseguitato. Marie-Louise von Franz, allieva diretta di Jung, insegnava che quando un archetipo viene vissuto in modo totalmente inconscio e non elaborato, esso possiede l’individuo: il bullo non sceglie di essere crudele, è agito da una forza che non riesce a vedere.
Aldo Carotenuto, nella sua lettura della psicopatologia in chiave junghiana, sottolinea come il carnefice e la vittima siano spesso le due facce della stessa ferita narcisistica. MM — quando il drago della professoressa tira fuori il ricordo dell’incidente, del padre lontano, del bambino di sette anni intubato in ospedale — crolla perché per un istante ha visto la propria vittima in sé stesso. Una vittima che era stata negata per prima dalla sua famiglia, che per senso di colpa gli aveva concesso ogni cosa favorendo un senso di onnipotenza artefatto.
Questo è il momento più introspettivo del romanzo di Moreno, e per questo a mio avviso il più profondo: l’incontro con l’Ombra favorito immaginalmente da un drago, il tatuaggio che parla alla professoressa e che personifica il suo guardiano interiore. Il drago un’immagine appartenente al collettivo e impersonale quello che possiamo tranquillamente chiamare un archetipo, è l’archetipo del guardiano del tesoro interiore che può aiutare o si può rivoltare contro. Una volta che le energie della psiche collettiva – il tesoro – si attivano, le immagini si relazionano tra loro anche a livello intrapsichico, e quando c’è un osservatore che partecipa emotivamente – ciò che definiamo Io – è possibile che vi sia un rispecchiamento, una riflessione che permette di sospendere i comportamenti che l’Ombra impone.
La professoressa con il drago tatuato sulla schiena è figura archetipica di grande potenza: è una ex vittima che ha si sta relazionando con il suo drago, che non lo ha ucciso e non ne è stata divorata, ma vi ha fatto un patto. Non si è focalizzata nel proprio ruolo di vittima ma non è neanche una persona che è diventata un carnefice che applica la violenza subita. Anche se questa componente emerge ella rinuncia ad agirla quando ne avrebbe la possibilità. Ella porta con se la testimonianza trasformativa delle umiliazioni subite, e afferma:
“Io c’ero stata, e sono ancora qui”
Proprio per questo le sue azioni pur non impedendo una dinamica che essendo archetipica è coercitiva, permettono a tutto il contesto fatto da giovani studenti, adulti, insegnanti di prendere coscienza di quello che è avvenuto.
Quando il Bullismo è reato: il confine tra Psiche e Legge
Una precisazione necessaria: il bullismo è reato in molte delle sue manifestazioni. In Italia la Legge 71/2017 tutela specificamente le vittime di cyberbullismo tra minori, mentre la Legge 70/2024 ne estende le tutele a tutti gli atti di bullismo a più ampio spettro. Pertanto, lesioni, umiliazioni, stalking, diffamazione online, violazione della privacy — sono tutti illeciti perseguibili.[1]
Questo però non risolve il problema psichico. La legge contiene e risarcisce, ma non può guarire. Il ragazzo che subisce atti di bullismo non guarisce con una denuncia, così come il ragazzo che perseguita non smette di farlo per paura di una sanzione. Serve qualcosa di più intimo, radicale e antitetico all’invisibilità: il riconoscimento. Essere visti, essere chiamati per nome.
Verso la trasformazione: dal Sintomo all'Individuazione
Capi non ha bisogno di smettere di credere nell’invisibilità. Ha bisogno di qualcuno che la veda per quello che è. Questo non è qualcosa di facile e indolore, ma richiede impegno e sofferenza. Nella serie Invisible si vede come lo psicologo non sta lì ad ascoltare e a dare ragione a Capi, ma lo aiuta mettendolo alle strette. Egli lo incalza letteralmente portandolo ad essere consapevole come i suoi superpoteri fossero un tentativo disperato di sopravvivere ad un dolore che nessuno adulto ha avuto il coraggio di fermare.
La trasformazione psichica della relazione vittima/carnefice non avviene attraverso la cancellazione di uno dei due poli, ma attraverso una loro relazione maggiormente cosciente. La vittima deve poter riconoscere in sé la capacità di difendersi, di occupare spazio, di essere visibile. Il carnefice — se e quando il contesto lo permette — deve poter toccare la propria vulnerabilità senza perdersi.
In termini junghiani, questo è il processo di individuazione, il che non significa diventare “la versione migliore di sé” nel senso moralistico del termine, o di performance in compiti sociali. Individuazione significa saper dare spazio ad ogni parte di sé, senza così proiettare la propria Ombra su un capro espiatorio.
Il percorso non è breve, né comodo. Richiede spazio — un setting terapeutico, una relazione di fiducia, la libertà di raccontare anche i mostri e i draghi che abitano la propria storia. Esattamente come lo spazio tra Capi e la sua terapeuta, all’inizio del romanzo: un’adulta che finalmente non chiude il quadernino e se ne va, ma rimane.
Se ti interessa l’argomento, se sei un educatore, un genitore, un giovane prenditi un paio di sere libere e guarda la serie TV “Invisible”.
Io l’ho fatto assieme ai miei due figli di 13 e 10 anni e posso dire che loro sono stati più attenti e coinvolti di me nel seguire le trasformazioni nella psicologia dei personaggi e nello stigmatizzare i comportamenti, sia quelli che favorivano il bullismo o lo ignoravano.
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È allora che si rende conto che per essere un mostro non serve fare niente di speciale, a volte basta non fare assolutamente nulla
Crediti immagine in evidenza
Invisible, 2024, Paco Caballero, Disney+.
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