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Donare sangue fa bene? Scopri il senso psicologico e i vantaggi


Dal gesto altruistico della donazione alle antiche cerimonie: esploriamo il valore simbolico, i benefici psicofisiologici e i riti culturali del sangue come dono vitale.

L’atto di donare sangue è un gesto che trascende il semplice trasferimento di liquidi: è un’invocazione di vita. Nel fluire lento e costante del sangue, si riflette la storia dell’umanità, il bisogno di solidarietà e il consolidamento del legame sociale. Ma fa davvero bene donare sangue? Scopriamo insieme, tra etimologie, simboli, ricerche sul comportamento prosociale e testimonianze di culture lontane, perché questo dono non arricchisce solo il corpo, ma nutre anche l’anima.

Benefici del donare sangue

I benefici a donare sangue non si limitano all’impatto individuale: contribuiscono all’equilibrio del sistema trasfusionale nazionale, aumentando la disponibilità di sangue per interventi chirurgici, terapie oncologiche e situazioni d’emergenza. Inoltre, il volontario acquisisce una maggiore conoscenza del proprio stato di salute grazie ai controlli periodici pre-donazione, che includono esami ematochimici di base.

Benefici medici

Per approfondire i dettagli medici e i vantaggi sulla salute che derivano dalla donazione, puoi consultare direttamente quali possono essere i benefici del donare sangue  consultando il sito dell’AVIS di Perugia.

Benefici psicologici

La letteratura sul comportamento prosociale sottolinea come atti di generosità volontaria migliorino la coesione sociale e riducano ansia e depressione. Donare sangue diventa così un rituale di conferma del proprio valore nella comunità: non un obbligo, ma un’elezione etica.

Quali sono gli effetti collaterali di donare sangue?

Occorre ricordare che la donazione avviene dopo una visita di idoneità per cui gli effetti collaterali descritti riguardano persone giudicate in salute e idonee alla donazione. Pertanto, la procedura è oltremodo sicura, ma è possibile avvertire:

  • spossatezza momentanea, dovuta alla perdita di liquidi e globuli rossi, risolvibile con riposo e dieta adeguata;
  • leggera anemia transitoria, monitorata dai controlli ematici, raramente richiede interventi;
  • piccoli ematomi e dolore locale, fenome­no passeggero che migliora in poche ore;
  • disidratazione, facilmente gestibile con l’intruduzione di liquidi, in primis acqua;
  • reazione vasovagale, raramente e di lieve entità.

Come ti senti dopo che hai donato sangue?

Molti donatori descrivono sensazioni di leggerezza interiore, simili a uno stato meditativo: il cuore “pesa” meno e l’umore si innalza grazie al rilascio di neurotrasmettitori legati alla solidarietà. Dopo la donazione, è consigliabile uno snack ricco di sali minerali e un momento di calma per permettere al corpo di ristabilire l’equilibrio.

Donare sangue come comportamento prosociale

Dopo queste brevi informazioni circa il donare sangue, approfondiamo la prospettiva psicologica, in in particolare riferimento alla prosocialità. Il comportamento prosociale è definito come quell’insieme di azioni volontarie, intenzionali e orientate al benessere degli altri, senza aspettarsi una ricompensa diretta Secondo Penner, Dovidio, Piliavin e Schroeder, nel loro influente articolo Prosocial Behavior: Multilevel Perspectives, queste condotte spaziano dalla semplice cortesia quotidiana fino agli atti di grande altruismo, come il soccorso in situazioni di emergenza o la donazione regolare di sangue. Uno dei filoni di ricerca più noti è la empathy–altruism hypothesis di Daniel Batson, il quale ha dimostrato in numerosi esperimenti che la semplice evocazione dell’empatia verso un individuo in difficoltà accresce la propensione a intervenire, a prescindere dal rischio o dal costo personale, confermando la natura intrinsecamente motivata dell’altruismo umano.

Gli studi che hanno scandagliato i meccanismi del comportamento prosociale si articolano su più livelli: quello neurobiologico, che identifica nei circuiti dopaminergici e ossitocinergici la base del “piacere sociale” derivante dall’aiuto agli altri; quello psicologico, che ne sottolinea il ruolo nella regolazione dell’umore e nella costruzione dell’identità personale; e quello socioculturale, che ne descrive l’importanza nel mantenimento della coesione e del capitale sociale. In particolare, gli studi citati di Penner e altri e di Batson, sul volontariato sanitario e sulla donazione di sangue mostrano che i donatori abituali riportano livelli più bassi di ansia e depressione, una maggiore autostima e un senso di appartenenza rafforzato alla comunità.

Quindi un esempio di prosocialità, quando si è idonei, è la donazione del sangue: indagine dopo indagine, emerge che il gesto non solo salva vite, ma stimola la produzione di sostanze “del benessere” nel donatore, favorisce il controllo dei parametri ematici e promuove un circuito virtuoso di gratificazione etica. Inoltre, le ricerche sul lungo termine di Wilson e altri testimoniano che chi si impegna in attività altruistiche periodiche sviluppa maggiore resilienza allo stress e un invecchiamento mentale e fisico più sano.

In definitiva, il comportamento prosociale non è un lusso morale bensì un pilastro evolutivo: esso non solo accende un barlume di speranza nei più vulnerabili, ma innalza la salute psicofisica di chi dona, tessendo intricatissime trame di solidarietà che rinsaldano il tessuto sociale. Ogni gesto di generosità, piccolo o grande che sia, è un frammento di bellezza nel caos del mondo, un eco di umanità che riecheggia ben oltre il momento stesso del dono.

L’archetipo del “dono” nelle varie culture

La parola “dono” deriva da dōnum, parola affine a dare, e che richiama l’offerta (ob-ferre = “portare innanzi”). Secondo Semeraro l’antico significato del verbo latino fero (omologo al greco φερω) è “produrre”, “fruttificare”, tanto che la parola “fertile” deriva proprio da fero. Il dono, quindi, è un atto naturale non conosce calcolo né attesa di restituzione, ma rientra all’interno di ciò che dovrebbe essere la norma per nascita. Da questa radice germogliano concetti di gratuità e fiducia: un dono è un ponte invisibile tra due destini che trova la sua forza proprio nell’assenza di condizione. Quando parliamo di donare sangue, questo ponte si moltiplica: non solo offriamo un gesto di sostegno per chi lotta contro la malattia, ma rispondiamo a un richiamo ancestrale, inscritto nel nostro patrimonio culturale e biologico. In molti rituali antichi, il sangue sacrificale serviva proprio a rendere il terreno fertile e pronto ad accogliere la semenza.

Dal punto di vista antropologico il dono è una forma primaria di comunicazione simbolica, un linguaggio che, attraverso la circolazione di oggetti o fluidi vitali come il sangue, ratifica alleanze, cristallizza memorie collettive e costruisce l’identità di gruppi e individui. In questo intreccio tra materiale e simbolico, il sangue diventa forse il dono più assoluto, perché è la sostanza stessa della vita: donarlo significa imprimere nel corpo sociale un segno della connessione che ci unisce gli uni agli altri. Nel suo saggio Saggio sul dono (1925), Mauss ipotizza che il dono non sia mai “gratuito”, ma circoli entro un sistema di obblighi reciprocità: chi dà è vincolato a offrire, chi riceve a ricambiare, e infine chi riceve il ricambio a ri-donare. Questo meccanismo tripartito definisce non solo le relazioni sociali, ma tessendo una trama di interdipendenze, consolida l’appartenenza a un gruppo e perpetua l’ordine simbolico.

Nell’antropologia delle società tribali, il dono di sangue è considerato un rito di passaggio: in alcune popolazioni dell’Africa subsahariana, i guerrieri si cospargono con il sangue di animali sacrificali per invocare protezione; in America pre-colombiana, scambi di sangue tra capi tribù suggellavano alleanze. Anche nel mito cristiano, il simbolo del sangue—divenuto “sangue di Cristo”—incarna la forma estrema del dono, il sacrificio, estremo atto di amore e redenzione.

Nell’economia tribale che si fonda sul dono, il valore di questo trascende la sua materialità e la sua utilità (concetti per lo più moderni e appartenenti alla società della tecnica) poiché ogni oggetto donato possiede in sé uno “spirito sociale” ed è portatore della memoria condivisa del gruppo. In pratica ogni dono è un simbolo che tiene in sé, valore concreto, concetto oggettivo (es. idea archetipica che l’oggetto rappresenta), storia condivisa all’interno del gruppo.

Il sangue come simbolo

Il sangue, fluido rosso vivo, più è rosso e più è presente la quantità di ferro, elemento e simbolo legato alla forza marziale e alla capacità solare di irradiare vita e calore. Il sangue è quindi da sempre icona di vita e morte.

Come archetipo, rappresenta la forza vitale, la spinta ad iniziare, qualsiasi cosa. Questa forza nel sangue non è puramente concettuale ma rappresenta la sua massima incarnazione, in quanto scorre nell’organismo e ne è alla base della sopravvivenza corporea. Ogni simbolo archetipico non viene mai da solo ma è collegato ad altri, per quanto riguarda il sangue esso si presenta inestricabilmente con il colore rosso. Questo colore è sinonimo di vita e vitalità strettamente collegato ancora con l’esperienza primordiale di fronte al fuoco. Diviene così sinonimo di libido, di pulsionalità e di sessualità, ma anche di spinta all’azione e quindi di audacia e coraggio.

Astrologicamente è collegato sia al ferro di Marte che all’oro del Sole, e i sacrifici umani esorbitanti presso l’antico popolo degli Aztechi avevano come scopo proprio quello di rinforzare la divinità solare. In alchimia, l’ultima fase è rappresentata dalla rubedo, la colorazione al rosso dell’opera. In ambito psicologico, significa la capacità di riuscire ad integrare la personalità e al saper dar vita in modo conforme al proprio principio vitale, alle immagini che abitano la psiche.

Il sangue, pertanto, anche a livello psicologico assume un valore taumaturgico e curativo, non per niente il Sacro Graal, che dona l’immortalità, è la coppa nella quale Giuseppe d’Arimatea ha raccolto il sangue di Cristo crocifisso e ferito. Di converso, nei racconti nordici, dopo aver sentito gli uccelli che ne parlavano tra loro, Sigfrido, una volta ucciso, si cosparge del sangue del drago Fafnir. In questo modo acquisisce l’invulnerabilità in tutto il corpo tranne che posteriormente alla base del collo, dove si posa una foglia di tiglio tra le pelle e il liquido rosso. Questo sarà il suo punto debole, dove può essere ferito.

Vediamo così che, l’immagine del sangue è associata anche a quella della ferita, di una lesione che provoca dolore al corpo e psicologicamente all’Io. Sono le ferite emotive che ci portiamo dentro dall’infanzia e non si cicatrizzeranno mai, ma esse a riproporre un dolore lacerante sono anche aperture verso il mondo interno. Così scrive Aldo Carotenuto parlando della ferita-feritoia:

“è la ferita che deve lacerare la nudità dell’anima quando essa è ancora chiusa in una verginità inconsapevole ed irriflessiva”

La ferita dalla quale continua ad uscire il sangue rappresenta psicologicamente sia un segno del nostro disagio che delle nostre potenzialità vitali. Essa non è solo segno di vulnerabilità, ma un invito incessante a esplorare, conoscere e trasformare tramite la forza del sangue. Il simbolismo alchemico con il Pellicano che si ferisce a fa sgorgare il proprio sangue per nutrire i suoi piccoli rappresenta proprio questo. E’ il sacrificio che dobbiamo compiere tramite le nostre ferite per nutrire di vita l’immaginazione.

Sognare sangue significato

Dopo questa breve amplificazione non può mancare il significato psicologico del sognare sangue. Sognare sangue può destare turbamento o speranza. Nel linguaggio onirico, il sangue in sogno può richiamare le energie vitali represse o ferite interiori da curare. Ma soprattutto stanno a mostrare l’espressione dell’energia vitale nella sua massima essenza.

Per cui si può sognare di perdere sangue, allora il sognatore (o meglio il suo Io) cede vitalità e sarà interessante verso quale altro archetipo o altro immaginario viene donata. Oppure non la cede a nessuno e la perde semplicemente, come un salasso, e occorre analizzare che tipo di vitalità sta perdendo (aggressiva, sessuale, ecc.). Si può sognare di essere immersi nel sangue, un po’ come Sigfrido, e sarà necessario confrontarsi con quali energie si sono dissolte per confluire verso il sognatore. Si può essere anche testimoni, sempre nei sogni, di spargimenti di sangue, di sacrifici di immaginari oramai non più utili alla psiche così che la loro energia renda fertile il luogo psichico dove è caduto il sangue. La presenza nel sogno del sangue mestruale dona ancora più forza perché è la massima espressione della vitalità del femminile e il suo principio di accoglienza. 

Quindi, abbiamo visto che, come immaginario onirico, la presenza di sangue non può avere un significato univoco, ma la sua ontologia, la sua essenza necessita sempre di essere analizzata in base al contesto onirico in cui si rappresenta nella psiche.

Concludendo: donare sangue fa bene a sé e agli altri

Donare sangue fa bene

Donare sangue non è solo un gesto di generosità verso il corpo altrui, ma un’offerta che arricchisce chi dona. In un mondo che latita di empatia, il dono diventa antidoto alla solitudine sociale: un filo rosso che unisce cuori, culture e destini.

Oltre ai benefici sul corpo e al significato prosociale, donare sangue fa bene all’anima, perché rientra all’interno di una ritualità arcaica che richiama al sacrificio, e ogni sacrificio o dono agli dèi serve a placarli e ad invocarne il favore. Donare sangue “placa” i nostri archetipi della psiche che sono ad esso collegati, Marte in primis con il suo bisogno di violenza che divide amici da nemici. Questo semplice gesto ci ricorda che la nostra esistenza è un flusso continuo di dare e ricevere, un armonico battito collettivo che ci rende profondamente umani.

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Crediti immagine in evidenza

Tree of Life, carta ritagliata a mano con acrilico, 2005, di Kako Ueda. Collezione privata.

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Samuele Bellagamba

Da sempre appassionato di psicologia junghiana, mitologia e del mondo dei sogni, nel mio lavoro aiuto le persone a esplorare il proprio universo interiore e a dare significato ai loro vissuti profondi. Ho esperienza nella psicologia clinica, nella selezione e valorizzazione delle risorse umane e nel supporto psicologico in contesti nazionali e internazionali. Ricevo a Perugia e offro anche consulenze online.

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